
Il ritratto per fototessera, una volta era una cosa davvero seria. Non c’erano chioschi self-service e tanto meno autoritratti scattati al cellulare o al computer e poi allegati a una mail. Ci si recava da un fotografo professionista, uno dei molti che avevano la propria bottega in città, e per l’occasione ci si presentava con l’abito migliore, e dopo essere passati dal barbiere o dalla parrucchiera. Il fotografo, da parte sua, studiava la luce migliore per valorizzare il volto, e poi, una volta scattata la foto e ottenuto la negativa, la ritoccava a mano per correggere quei piccoli difetti che la luce non aveva potuto mascherare: una piccola cicatrice, le borse sotto gli occhi, il profilo di un labbro.È un mondo ormai scomparso e sul punto di essere dimenticato quello che si scopre nella mostra “Mille facce di una città” alla Galleria Cavour di Padova dal 16 gennaio al 15 marzo 2026 e che svela non solo com’era strutturata la bottega di un fotografo ritrattista, ma anche i volti dei padovani del secolo scorso, molto diversi da quelli attuali. VEDIAMO



