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VERONA : Aggressione con machete in stazione. Solo la professionalità dei poliziotti evita la tragedia. Il responsabile già a piede libero.

Il SIULP  sindacato di polizia esprime il proprio plauso ai colleghi intervenuti la sera del 13 gennaio u.s. presso il piazzale della stazione ferroviaria di Verona Porta Nuova per aver tratto in arresto l’ennesimo soggetto sbandato che, armato di un machete con lama di oltre 30 cm, dopo un’iniziale riottosità al controllo, ha apertamente sfidato gli Agenti che, con non comune freddezza e padronanza delle tecniche operative, l’hanno immobilizzato. Una encomiabile professionalità che, come abbiamo avuto modo di dire al Questore, merita di essere valorizzata con un adeguato riconoscimento. Siamo di fronte, una volta ancora, a un fatto di gravità estrema che poteva sfociare in tragedia. Le pagine delle cronache sono intrise di aggressioni con armi da taglio e di vittime incolpevoli di momenti di delirio di sbandati. Peccato che il responsabile, dopo la convalida dell’arresto, sia già a piede libero. Il che dimostra, come da tempo andiamo invano predicando, che la filiera della sicurezza si inceppa ogni volta che si arriva alla fase in cui il sistema penale dovrebbe produrre adeguate forme di deterrenza. In queste condizioni parlare di sicurezza è impossibile, e la conta del quotidiano bollettino di guerra non potrà che continuare a registrare una crescita dell’epidemia criminale che, allo stato attuale, non può essere arginata.E mentre a farne le spese sono gli inermi malcapitati cittadini e gli operatori delle Forze di Polizia che cercano di contrastare questa deriva, le forze politiche si dedicano a strumentali baruffe di goldoniana memoria gonfiando il petto per urlare più forte degli altri. E che ne è della sicurezza, quella dei cittadini e quella di chi ogni giorno si trova a dover combattere questa guerra asimmetrica in cui chi delinque non viene perseguito? E sul fronte della giustizia va tutto bene?

Nessuno è innocente. Non lo è la componente che sostiene l’attuale maggioranza di Governo. Sia perché sulle forze che la compongono grava la responsabilità di una stagione di tagli draconiani inaugurata verso la fine della prima decade del secolo corrente con il blocco del turn over e la chiusura delle Scuole di Formazione della Polizia di Stato perseguendo una malintesa logica di contenimento della spesa pubblica. Una scelta i cui effetti ricadono oggi su quelle stesse forze politiche, costrette a sforzi notevoli per tamponare l’emorragia di risorse umane ingenerata da quegli sciagurati tagli. È vero. In termini assoluti le assunzioni di questi ultimi anni sono decisamente superiori a quelle del passato. Ma sono comunque insufficienti a recuperare i vuoti lasciati dai pensionamenti.  Non può chiamarsi fuori dalle responsabilità nemmeno chi oggi sta all’opposizione, perché invece che invertire questa perniciosa tendenza, quando ha avuto la possibilità di governare ha proseguito nel solco tracciato da chi li aveva preceduti con provvedimenti di facciata che in nome della razionalizzazione hanno ulteriormente ridotto gli organici. Qualche dichiarazione un po’ più decisa contro chi usa le piazze come sfogo di brutale violenza, poi, non guasterebbe. Secondo il SINDACATO ITALIANO UNITARIO LAVORATORI POLIZIA VERONA la troppa timidezza nella condanna di chi usa le bombe carta invece che gli slogan non aiuta a rasserenare gli animi.

Insomma destra e sinistra, o come si preferisce definire gli opposti schieramenti, piuttosto che prodursi in virili esternazioni adolescenziali consumando duelli rusticani sulle pagine dei quotidiani, farebbero meglio a preoccuparsi di proporre ed attuare interventi mirati sulla giustizia penale. Perché se le piazze sono piene di pluripregiudicati con una serie di precedenti lunga quanto una quaresima non è questione di sicurezza, ma di mancanza di efficacia sanzionatoria della filiera dell’esecuzione della pena.Una qualche riflessione va fatta anche nei confronti dell’azione della magistratura. Perché sarà anche vero che l’attuale impianto ordinamentale non offre strumenti giuridici adeguati ad applicare misure cautelari nei confronti di autori di reati quali quello di cui siamo a discutere.Ma se così è, allora qualcuno ci dovrebbe spiegare per quale motivo queste difficoltà non emergono quando si ha a che fare con operatori delle forze di polizia. Per arrestare i quali, è il caso di ricordarlo, si è talora ritenuta sufficiente la sola narrazione resa da personaggi che non potevano vantare specchiate virtù morali. Che si sono poi verificate calunniose. Vallo a raccontare a chi, nel frattempo, è stato ingiustamente mediaticamente massacrato.

C’è insomma più di qualcosa che non convince in una logica che vede una reazione blanda del sistema quando le vittime sono i servitori dello Stato, e che invece si mostra inflessibile, anche – sia consentito dirlo – oltre la soglia della ragionevolezza, quando si dubita della correttezza del loro operato.  Di certo, qualunque sia il motivo di una tale decisione, rimettere in libertà chi aggredisce un poliziotto con un machete finisce con il delegittimare l’azione di prevenzione e repressione, oltre ad esporre nuovamente a rischio gli operatori e i cittadini, trasmettendo all’opinione pubblica, sempre più comprensibilmente confusa, un messaggio devastante. Ovvero che attaccare lo Stato e i propri rappresentanti non comporta alcuna conseguenza, e dà anzi la garanzia di farla franca. Un senso di impunità che mina in radice l’aspettativa di sicurezza e che vanifica l’immane lavoro delle Forze dell’Ordine.

Per chi ancora non se ne stesse rendendo conto, la pazienza delle donne e degli uomini della Polizia di Stato, e ci permettiamo di aggiungere anche quella dei colleghi che indossano altre uniformi, è ben oltre la soglia della sopportazione. Non è il caso di esasperarla ulteriormente.È tempo di mettere le vane chiacchiere nel cassetto e di impegnarsi, ognuno per la parte che gli compete, per uscire da questo vortice che sta sgretolando il patto sociale e la credibilità delle istituzioni.

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