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La strage di soccorritori a Gaza .La lettera aperta di Scomodi Contrasti : “Noi facciamo lo stesso lavoro, ma nella certezza che nessuno proverà a ucciderci mentre cerchiamo di salvare qualcuno”

Gentile redazione di Scomodi Contrasti,

scriviamo questa lettera senza esporci con nome e cognome perché non vogliamo coinvolgere le associazioni presso le quali prestiamo servizio. Ma, da soccorritori volontari in ambulanza, non possiamo rimanere in silenzio quando a Gaza tantissimi nostri colleghi perdono la vita mentre stanno cercando di salvare qualcun altro. Noi facciamo lo stesso, ma nella comodità del nostro Paese in pace, dei nostri ospedali che non vengono colpiti, nella certezza che nessuno proverà a ucciderci mentre cerchiamo di soccorrere qualcuno.

Qualche mese fa Amnesty International ha sollecitato l’avvio di un’indagine indipendente dopo l’uccisione di almeno 15 operatori sanitari e soccorritori palestinesi. Le forze israeliane avevano attaccato i loro veicoli. Le vittime: 8 operatori della Mezzaluna Rossa Palestinese, un membro dell’Unrwa e 6 della Protezione Civile palestinese. Qualche giorno fa un fatto analogo: Benjamin Netanyahu ha definito “tragico incidente” (l’ennesimo) l’uccisione di giornalisti e personale sanitario durante l’attacco al complesso del Nasser di Khan Younis.

Come soccorritori non possiamo rimanere in silenzio di fronte a dei nostri colleghi uccisi mentre stavano cercando di prestare soccorso, mentre facevano quello che noi facciamo nella relativa tranquillità delle nostre città italiane. Lamentiamo anche il silenzio assordante delle associazioni di cui facciamo parte. Associazioni che probabilmente vedono come troppo divisivo il gesto di schierarsi apertamente a favore dei nostri colleghi palestinesi.

Non vogliamo entrare nel merito della questione tra Israele e Palestina, non è quello il punto. Con questa lettera aperta vogliamo esprimere la nostra solidarietà ai soccorritori palestinesi, costretti a lavorare in un contesto di guerra in cui non viene risparmiato nessuno. In cui anche chi soccorre viene ucciso come se fosse un soldato nemico. Il personale sanitario va tutelato perché non sta combattendo nessuna guerra, sta cercando soltanto di salvare vite. Ma, in un contesto in cui le vittime civili sono decine di migliaia, i soccorritori diventano un bersaglio come un altro.

Prima di scrivere questa lettera, abbiamo provato a chiudere gli occhi e a immaginarci di salire in ambulanza in un contesto di guerra. Abbiamo cercato di immaginare come sarebbe partire dalla sede dovendoci preoccupare non soltanto della vita del paziente, ma anche delle nostre. Sarebbe un incubo. Lo stesso incubo che i nostri colleghi palestinesi vivono quotidianamente da tempo. E questo ci lascia sgomenti.

Chiediamo ai soccorritori italiani di farsi sentire, di coinvolgere gli enti presso cui prestano servizio. In un altro universo, quelli uccisi potremmo essere noi.

Giuseppe e Marianna

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