PADOVA : AL CONVEGNO “La giustizia mediatica. Circuito o cortocircuito?” A CONFRONTO I MEDIA CON LE FORZE DELL’ORDINE

Giustizia mediatica e il delicato equilibrio tra diritto di cronaca, presunzione di innocenza e spettacolarizzazione. Un rapporto difficile quanto complesso che coinvolge il mondo della giustizia, da un alto, e quello dell’informazione, dall’altro, tra indagati da tutelare fino a sentenza definitiva e il diritto e dovere di cronaca. È stato questo il tema al centro del convegno organizzato a Padova, presso Palazzo Gorza in via dei Tadi , da Greggio Academy dal titolo “La giustizia mediatica. Circuito o cortocircuito?”. Per la prima volta ha visto a confronto il mondo dei media con le forze dell’ordine. Sul tema al centro del seminario hanno dialogato il Generale Giampietro Lago (Ex Comandante dei R.I.S. di Parma), il Generale Michele Cucuglielli (Comandante Provinciale dei Carabinieri di Padova), il Colonello Alberto Franceschin (Comandante Provinciale della Guardia di Finanza di Padova), Lucia Zorzi (giornalista del TGR Veneto), il Dott. Luca Ubaldeschi (Direttore delle testate giornalistiche di Nord Est Multimedia), il Prof. Antonio Parbonetti (Docente Ordinario di Economia Aziendale dell’Università di Padova). Con la moderazione dell’avvocato Marco Greggio, il dibattito ha analizzato la questione legata alla patologica tendenza alla spettacolarizzazione dei più eclatanti fatti di cronaca, dove la giustizia penale mediatica ha assunto un collaudato format, premiato dal pubblico, che unisce elementi di informazione, inchiesta, spettacolo, dibattito, fiction.
«È quello che si definisce infotainment giudiziario – ha detto Lucia Zorzi -. Credo sia doveroso distinguere tra informazione giudiziaria e giustizia mediatica, per un semplice motivo ovvero che l’informazione giudiziaria è normata da un codice etico e che purtroppo non tutti i canali di informazione rispettano. Il tema che stiamo affrontando è tutt’altro che semplice .Credo che a questo punto, tutte le categorie coinvolte, dovrebbero fare una scelta etica e i processi dovremmo lasciarli a chi è preposto a farli».
È sempre più forte il rischio che le indagini e poi il processo si svolgono sui mezzi di informazione e sui social, privilegiando le regole e i tempi dello show. Una pericolosa deriva che si fonda sulla sovrapposizione di piani, quello dell’informazione e della giustizia. «Negli ultimi anni assistiamo un moltiplicarsi eccezionale di casi di cronaca trattati in trasmissioni di intrattenimento – ha spiegato Luca Ubaldeschi – e si è oltrepassata la soglia della trattazione giornalistica dell’informazione, prendendo una deriva di spettacolarizzazione che non credo possa portare ad un livello di approfondimento e di conoscenza utile alla collettività». Il Colonello Franceschin ha sottolineato che «laddove c’è morbosità c’è anche il problema della giustizia mediatica. Nel nostro caso è fondamentale fare attenzione ai fatti e dare le notizie in modo asettico e sempre nei limiti consentiti dalla leggi». Esiste poi il parallelo problema legato al rapporto tra percezione e realtà, e, come ha illustrato il Generale Lago, «un recente studio condotto ha chiaramente dimostrato che il gap ovvero la differenza tra percezione e realtà esiste, e riguarda in maniera clamorosa una parte non trascurabile di popolazione. Basti pensare che il 75% di coloro che vengono a conoscenza di una notizia o di un fatto di cronaca hanno una percezione distorta o completamente sbagliata». Per cercare di invertire la tendenza arginando l’onda impetuosa dei processi mediatici in modo da evitare un corto circuito della giustizia mediatica, occorre investire su un duplice fronte: da un lato, incrementando la sensibilità tecnico-giuridica degli operatori dell’informazione giudiziaria; dall’altro, promuovendo la condivisione fra i protagonisti (magistrati, avvocati, giornalisti) di principi ovvero il diritto e dovere di cronaca, ma anche l’obbligo di tutelare i diritti fondamentali dell’individuo, tra cui reputazione e presunzione di innocenza.
“Io sono un garantista e i diritti dell’indagato vanno difesi in toto – ha precisato l’avvocato Marco Greggio -, e c’è una differenza sostanziale tra processo in un’aula di tribunale e quello in tv o nei giornali. Il nostro intento con questo seminato è stato di evidenziare i problemi, capirne l’origine e lanciare alcune proposte per cercare di trovare una soluzione”. Alla luce di ciò, sono due le strade percorribili: «da un lato serve una normativa più approfondita – ha dichiarato il generale Michele Cucciglielli -che disciplini da un lato l’inchiesta giudiziaria ma anche l’inchiesta giornalista e il processo mediatico. E su quest’ultimo tema, il mio invito è quello di ponderare attentamente e valutare con spirito critico ciò che si vede e le notizie che arrivano, e rinviare ogni giudizio anche se critico alla sentenza dell’autorità giudiziaria. Questo è un invito che faccio ai cittadini ma anche ai professionisti che operano nell’informazione e soprattutto a chi, non essendo iscritto all’ordine professionale, tratta a vario titolo di fatti o casi di cronaca». L’altra strada percorribile non può prescindere da una responsabilizzazione piena e convinta di tutti i soggetti coinvolti, e a qualunque soluzione normativa va affiancata una doverosa spinta culturale che si traduca in un profondo investimento sul livello di sensibilità degli operatori dell’informazione giudiziaria.




