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CARCERE DUE PALAZZI

Spunta un nuovo testimone per lo scandalo del Due Palazzi: droga e cellulari ceduti anche ai mafiosi

Droga, cellulari, malavita organizzata. Ha dell’incredibile il contenuto delle rivelazioni fatte da un testimone della pubblica accusa in merito allo scandalo che ormai da anni vede al centro il carcere Due Palazzi.  Il procedimento che riguarda il traffico di telefonini, schede sim e droga che sarebbero fatti entrare nell’istituto carcerario dalle guardie, condotto dal sostituto procuratore Sergio Dini, raccoglie un nuovo, impressionante tassello. Il testimone, durante un’udienza nell’aula blindata del carcere, ha ammesso che al Due Palazzi la droga era ovunque e di avere iniziato a fare uso di stupefacenti proprio dopo l’arresto.  Il processo è partito nel luglio del 2014, quando è stato individuato come numero uno dell’organizzazione criminale interna  l’ assistente capo della Polizia Penitenziaria Pietro Rega  detto Capo o Uomo brutto, agente molto vicino al noto e pericoloso albanese A.P., incarcerato a Padova. La guardia penitenziaria era già stata arrestata nel 2001 dalla Dda di Napoli per fatti analoghi verificatisi durante il periodo di servizio nel carcere di Avellino. Oltre ai due agenti, gli altri imputati sono attualmente diciannove.

A Padova Pietro Rega aveva contatti con spacciatori nordafricani da cui, con l’appoggio di un collega, si procurava la droga da far entrare nel carcere, che veniva successivamente ceduta all’albanese che ne gestiva lo smercio tra i detenuti. Il guadagno, per i due agenti, consisteva nel trattenere per sè una parte dello stupefacente. Oltre alla collaborazione con l’albanese, i contatti dell’agente per rifornire di droga e materiale telefonico gli ospiti del penitenziario si sono spinti più lontano. Addirittura fino a due noti esponenti della malavita organizzata, con cui venivano divisi i profitti dei traffici illeciti. I due boss, G.B. di Secondigliano e S.S. della Sacra Corona Unita, rifornivano di soldi gli agenti ottenendo in cambio hashish, eroina, ma anche chiavette Usb, computer e telefoni cellulari, con cui potevano mantenere senza difficoltà i contatti con le rispettive organizzazioni criminali.

 All’interno dell’altro filone del processo, inerente gli stessi traffici illeciti, aperto nel 2010 con l’allora pubblico ministero Orietta Canova e poi passato nelle mani del magistrato Sergio Dini, risale a pochi giorni fa la sentenza, che vede condannati a più di quindici anni i quattro imputati.

 

Articolo di Redazione Padova

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